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L’Europa sta con le foche

Puntualmente in primavera si riapre la caccia alle foche con un bilancio complessivo di 900 mila esemplari abbattuti ogni anno. Il tutto per ottenere cappelli, guanti, cosmetici e oli, tutti prodotti che da ieri si ritrovano però con meno sbocchi commerciali. Infatti il Parlamento europeo, chiudendo un processo legislativo lungo un anno, ha imposto il blocco all’importazione dei derivati da questi mammiferi marini. Ieri il voto finale a Strasburgo: 550 favorevoli, 49 contrari e 41 astenuti, praticamente un plebiscito che trasforma in legge l’accordo siglato il 22 aprile tra lo stesso Parlamento europeo e i 27 stati membri. Il bando entrerà definitivamente in vigore tra circa un anno e prevede che ogni paese della Ue stabilisca delle sanzioni per chi viola lo stop a pelli e carni, con un’unica doppia eccezione che riguarda le foche cacciate dagli inuit e quelle abbattute per preservare l’equilibrio delle risorse ittiche che comunque non potranno essere commercializzate.

Da un articolo di Alberto D’Argenzio sul quotidiano “Il manifesto“ del 6 maggio 2009

Un “No” davvero illuminato

A un anno dalla proposta dell’assessore alla toponomastica e vicesindaco di Trieste, Paris Lippi, arriva lo scorso 28 novembre il «no» della Deputazione di storia patria alla volontà del Comune di Trieste di intitolare una via a Mario Granbassi giornalista triestino.
L’intitolazione di una strada significa porre un nome da esempio alla collettività, soprattutto per le giovani generazioni. Ma chi era Mario Granbassi ?
Lo ha spiegato più volte lo storico triestino Claudio Venza, docente di Storia della Spagna all’Università di Trieste, che ha ricordato come il giornalista, prima di andare come volontario a combattere in Spagna a fianco delle truppe franchiste che si erano ribellate alla Repubblica, «negli anni trenta giocasse in Italia un ruolo importante all’interno della propaganda fascista: giovanissimo collaboratore del quotidiano Il Piccolo, aveva inventato ‘Mastro Remo’, un programma radiofonico per ragazzi e una rivista a colori diffusa su tutto il territorio nazionale con lo scopo di coinvolgere l’ingenuo intelletto dei bambini nella dittatura fascista. Dal suo diario, è evidente come Granbassi abbia rifiutato la penna per prendere il fucile. Con il rischio della bella morte, voleva combattere in prima linea».
Davvero chiare le parole che Granbassi scrisse nel suo diario, quand’era in Spagna a fianco dei franchisti: «La sento tanto profondamente come una guerra fascista, questa che sono venuto a fare, sacrificando i miei affetti più cari e abbandonando il mio posto di lavoro». E ancora, in «Mastro Remo»: «Ogni volta che mi vesto da Balilla con la camicia nera, la cravatta e il fez mi sento di essere già un soldato». E poi: «E l’amo [il Duce, ndr] ancora più di tutto perché la mamma mia, che è grassa e sempre pensava come dimagrire, poi l’altro giorno ha letto nel giornale il discorso che il Duce ha fatto ai medici, che la donna grassa non è brutta, ma è una buona cosa per la razza, così ora la mamma mangia ed è tranquilla».
La scalinata che la Giunta comunale vorrebbe fosse dedicata a Mario Granbassi attualmente è intitolata a Giuseppe Revere. Una personalità già cancellata nel 1939 in quanto ‘non ariana’. Fu una delle vittime delle leggi razziali del 1938 e della politica antisemita del regime fascista. Ora Revere, pur essendo un eroe risorgimentale, verrebbe mutilato o gli resterebbero pochi metri della via, più piccola della scalinata.

Illuminate le motivazioni della Deputazione di storia patria, l’ente che in ogni regione ha il compito di esprimere un parere obbligatorio ma non vincolante in materia di toponomastica. «Abbiamo detto di no – ha spiegato Maria Grazia Tatò, presidente della Deputazione, – Perché al di là di ogni colore politico si ritiene che scelte così provocatorie non facciano bene a nessuno, che siano motivi di tensioni sociali di cui non ce n’è bisogno».

Visto che il parere della Deputazione di storia patria non è vincolante, la palla passa ai Capigruppo del Consiglio comunale e la decisione ultima spetta al Prefetto.

Fonte: da un articolo di Elena Placitelli pubblicato il 5 dicembre 2008 su CartaQui Estnord

Un piccolo grande passo verso il superamento dell’analfabetismo, male che tiene soggiogate ancora oggi intere popolazioni in tutto il mondo.

Tratto da un articolo di Floriana Pagano pubblicato il 12 novembre 2008 sulla rivista Carta.

 

“Trascorro i primi cinque giorni del mio viaggio di conoscenza organizzato dalla Ong Arcs negli insediamenti dei Sem Terra nello stato del Maranhão in Brasile e sono ospite della famiglia di Maria Creuza.

Maria Creuza è una donna silenziosa e riservata ha 36 anni e 7 figli. Assieme ad altre 60 famiglie grazie all’intervento del Movimento dei Sem terra vive in un accampamento lavorando circa 42.000 ettari di terra di proprietà di un unico fazenderos. Produce fondamentalmente mais, manioca, riso e fagioli, tutti ingredienti tipici della dieta quotidiana di queste famiglie.

La sera Maria va a scuola la stessa che, la mattina, frequentano i suoi figli; insieme a lei altri uomini e donne per imparare a leggere e scrivere.L’analfabetismo è un problema grave, in tutto il Brasile si stimano quasi 20 milioni di persone, in questa zona del Nord Est brasiliano circa il 70 per cento della popolazione.

Dal 2007 è stata avviata una campagna di alfabetizzazione basata sul metodo cubano chiamato «Sim, eu posso» [Sì, io posso].

Grazie all’iniziativa e alla forza del Movimento dei Sem terra sono stati alfabetizzati circa 1.500 studenti solo nel Maranhão e quasi 5.000 in tutto il Brasile.

Usato con ottimi risultati anche a Cuba e in Venezuela è un metodo semplice: lezioni video registrate, pochi alunni, un educatore, un manuale e contenuti presentati in modo facilmente intuibile. In aree rurali a volte difficilmente accessibili non sempre è possibile disporre di scuole e insegnanti.

Durante le lezioni si affrontano temi importanti legati alle necessità comuni: dalla salute, alle relazioni familiari, alla storia, all’ambiente.
 «Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo» scriveva Paolo Freire, pedagogo brasiliano noto per i suoi volumi “Pedagogia dell’oppresso” e “Teoria e pratica della liberazione” nei quali sostiene che un’educazione che non tenga conto del contesto in cui viene applicata è nulla e non consente agli uomini la propria emancipazione.”

Agricoltura sostenibile e turismo responsabile sull’isola di Creta

Kostas Bouyouris è un agronomo greco che ha partecipato all’incontro di Terra Madre 2006. A Creta, dove vive e lavora per la Mash, Mediterranean Association for Soil Health (Associazione mediterranea per la salvaguardia del suolo), ha sviluppato un sistema grazie al quale gli alberghi possono ridurre il loro impatto sul territorio. Quando si è accorto che le grandi catene di ricezione turistica acquistavano da altri Paesi europei i pomodori ciliegini offerti ai loro clienti, ha concepito un programma a doppio binario, incentrato su turismo e agricoltura biologica.

Kostas ha avvicinato gli hotel della costa e i contadini dell’interno, avviando uno scambio assai proficuo per entrambi. I coltivatori, che fino ad allora dovevano fronteggiare serie difficoltà economiche, hanno cominciato a produrre secondo tecniche bio frutta e verdura richieste dalla grande ristorazione e a venderle a un prezzo molto più basso di quello pagato dagli alberghi ai fornitori stranieri, ma comunque decisamente più remunerativo di quello ottenuto in precedenza. Grande sostenitore dell’agricoltura biodinamica, Kostas ha anche proposto agli hotel di usare i rifiuti organici per fare compostaggio. I volontari della Mash raccolgono poi il compost e lo consegnano ai contadini come fertilizzante naturale.

Questo progetto non ha solo portato vantaggi economici alla comunità; in virtù delle tecniche agricole impiegate, infatti, permette anche di proteggere le risorse naturali dell’isola.

Fonte: dal sito di Terra Madre 2008

Un premio a Amma e Appa

Grazie al premio Right Livelihood Award il cosiddetto “Nobel alternativo” di quest’anno ricorderemo Krishnammal e Jagannathan una coppia anziana – 82 anni lei, 96 lui – che, dopo due giorni di treno (in classe economica) dal Tamil Nadu dove vivono, raggiungono New Delhi sotto un sole cocente per cercare di convincere i politici a mettere al bando i grandi impianti di allevamento di gamberetti destinati all’esportazione. La colpa di questi grandi impianti è di contribuire enormemente alla distruzione dell’ecosistema costiero; con la salinizzazione dei pozzi la terra coltivabile diventa desertica e la fame aumenta.

Krishnammal e Jagannathan  (Amma e Appa – mamma e papà – come li chiamano tutti) sono da più di cinquant’anni impegnati per quell’India «dalla semplice vita e dal grande pensiero» che il mahatma sognava.

La loro vita è un romanzo sociale. Lui, di casta alta, nel 1942 aderisce al movimento indipendentista «Quit India» e passa tre anni e mezzo in prigione. Lei, intoccabile, sin da giovanissima lavora con il movimento gandhiano. Si sposano nel 1950 rompendo le regole della separazione castale.

Da allora insieme lavorano in vari stati dell’India per la riforma agraria (nel Bhoodan Movement), contro le caste e per applicare nei villaggi un modello di vita e lavoro fondato sulla giustizia sociale e sull’equilibrio con la natura.

Nel 1981 fondano il movimento Lafti, Land for Tillers’s Freedom, «Terra per la liberazione dei braccianti». La riforma agraria infatti è stata attuata solo parzialmente e il Lafti cerca di portarla avanti riuscendo a distribuire 13.000 acri ad altrettante famiglie che diventano poi protagoniste – soprattutto le donne – di programmi socioeconomici: artigianato di villaggio, habitat, nutrizione, istruzione dei bambini, corsi di computer per i dali (gli intoccabili), rimboschimento… Dal Natale 2004 dopo lo tsunami che ha colpito le coste dell’India, l’attività del Lafti è anche soccorso e ricostruzione.

Fonte: da “il manifesto” del 03 Ottobre 2008, articolo di Marinella Correggia

“La terra degli uomini rossi – Birdwatchers” un film di Marco Bechis

BUONE VISIONI

La storia si svolge in Brasile nel Mato Grosso do sul. Le attività economiche della zona sono lo sfruttamento delle coltivazioni transgeniche dei terreni che un tempo appartenevano agli indios ora ai fazenderos e nelle visite guidate per turisti interessati al birdwatching.

Gli indios delle culture Guarani Kaiowá all’arrivo degli europei erano un milione e mezzo, oggi sono circa 30 mila, costretti in riserve, senza altra prospettiva se non quella di andare a lavorare in condizioni di semi schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero, o costretti a vivere nella polvere sterile delle riserve. In meno di trent’anni ci sono stati più di 500 suicidi, moltissimi giovani scelgono di morire nel poco che resta della foresta. E’ proprio il suicidio di due giovani ragazze a dar inizio alla storia. Nádio, la guida ascoltata di una comunità indio decide di non poter sopportare lo stillicidio dei loro giovani. Usa la propria autorità di capo e di uomo saggio per indurre un piccolo gruppo dei suoi a tornare nella terra da cui i fazendeiro li hanno cacciati. Inizia così una ribellione pacifica finalizzata a ottenere una restituzione delle terre indebitamente confiscate. Accanto a lui ci sono suo figlio e il giovane apprendista sciamano Osvaldo.

Due mondi contrapposti si fronteggiano. I fazenderos inizialmente reagiscono cercando di frenare le spinte più estremiste del loro campo ma comunque ben decisi a non cedere neppure un ettaro di terra agli indios. Da tre generazioni coltiviamo questi campi, dicono, lo facciamo per dar da mangiare agli esseri umani, si giustificano e i campi vengono spianati dall’aratro e chiusi con filo di ferro. Di fianco a quelle recinzioni, i ribelli piantano le loro tende, un ibrido di antica perizia e di nuova miseria: grandi teli di plastica nera sorretti con rami intrecciati. Si fanno una guerra prima metaforica e poi reale. Ma non cessano mai di studiarsi. A provare la “curiosità dell’altro” sono soprattutto i giovani. Una curiosità che avvicinerà il giovane apprendista sciamano Osvaldo alla figlia di un fazendeiro….

Con rispetto antropologico e umano, Bechis racconta una storia “inventata”, eppure tragicamente vera.

Eccellente film/documento bisognoso di attenzione e respiro che ..non sappiamo se gli saranno concessi.

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